Dolori articolari, vertebrali o post-operatori che non rispondono ai trattamenti? Ecco quando è il momento di una visita algologica.
Non è solo una questione di farmaci. Né soltanto di infiltrazioni. La terapia del dolore, oggi, è una disciplina trasversale che intercetta una delle grandi sfide della medicina contemporanea: l’aumento delle patologie croniche in una popolazione che invecchia.
A spiegarlo è la Dott.ssa Silvia Di Bari, specialista in Anestesia, Rianimazione, Terapia Intensiva e Terapia del Dolore, attiva negli ambulatori del Gruppo Monti Salute Più. Il suo lavoro, chiarisce la specialita, non si esaurisce nell’atto tecnico, ma consiste soprattutto nel ricomporre un percorso spesso frammentato. «La terapia del dolore oggi è di grande importanza – spiega – perché si occupa sia del dolore acuto sia di quello cronico. Possiamo intervenire con farmaci, con tecniche infiltrative, ma soprattutto costruiamo insieme al paziente una strategia personalizzata in base alla patologia sottostante».
L’algologo come “anello di congiunzione”
Secondo la dottoressa Di Bari, uno degli aspetti meno conosciuti della disciplina è il ruolo di coordinamento.
Il paziente con dolore cronico spesso si muove tra radiologo, ortopedico, fisiatra, fisioterapista. «Ma non sempre riesce a mettere insieme le cose, – spiega la specialista, – non capisce perché sta facendo un esame o un trattamento. A volte non sa neppure con precisione quale sia la causa del suo dolore». Qui interviene l’algologo. «Non proponiamo solo una terapia: concertiamo le diverse competenze, entriamo in contatto con gli altri specialisti, ricostruiamo il quadro clinico. Diventiamo un anello di congiunzione».
Un lavoro che consente di formulare una diagnosi mirata sulla patologia dolorosa e, soprattutto, di rendere il paziente consapevole del percorso che sta intraprendendo.
Quando il dolore diventa cronico
Ma quando si può parlare di dolore cronico? «In genere – spiega la dottoressa Di Bari – quando, dopo aver provato diverse strategie, soprattutto farmacologiche, non si ottiene risposta. Da manuale si parla di tre mesi, ma è anche una questione di resistenza ai trattamenti. Il paziente sente che i farmaci non funzionano più, che non riesce a uscirne. È lì che il dolore sta cronicizzando».
Il segnale più evidente è l’impatto sulla qualità della vita. «Se il dolore persiste per anni e condiziona le attività quotidiane, significa che sotto c’è qualcosa che va approfondito. In questi casi spesso servono più figure: reumatologo, fisiatra, ortopedico, radiologo e l’algologo è una figura centrale e di coordinamento tra questi specialisti».
Se il ruolo dell’algologo è quello di “mettere insieme i pezzi”, il primo passo è comprendere quali siano, concretamente, le condizioni più frequenti che arrivano in ambulatorio.
Negli ambulatori del Gruppo Monti Salute Più, spiega la Dott.ssa Di Bari, le patologie più trattate sono quelle legate all’età, in particolare l’artrosi. Ma anche qui è necessario chiarire un equivoco diffuso. «Nel sentire comune si pensa che l’artrosi riguardi solo ginocchio o anca. In realtà molte lombalgie sono legate all’artrosi delle piccole articolazioni tra una vertebra e l’altra.Sono strutture minuscole, ma con l’ecografo possiamo individuarle e infiltrare esattamente lì».
Accanto alle forme degenerative, arrivano dolori post-traumatici e post-chirurgici. Ed è proprio in questi casi che emerge con chiarezza il senso della terapia del dolore come supporto al recupero funzionale. «La riabilitazione è fondamentale. Ma c’è un aspetto che spesso si sottovaluta: se il dolore è molto intenso, il paziente non riesce a fare fisioterapia. Il nostro compito è anche spegnerlo per permettere il recupero».
È qui che il filo si ricompone: il trattamento antalgico non è un atto isolato, ma una condizione che rende possibile il resto del percorso terapeutico.
Non solo “pasticche”: trattamenti mirati e personalizzati
Da questa impostazione deriva anche la scelta degli strumenti. Uno dei luoghi comuni più diffusi è che la terapia del dolore coincida con l’assunzione di farmaci per via orale.
«Non è così, – chiarisce la specialista. – Esistono diverse vie di somministrazione: topica, transdermica, intradermica con mesoterapia. E poi ci sono le infiltrazioni mirate, eseguite sotto guida ecografica».L’infiltrazione ecoguidata consente di rilasciare il farmaco esattamente nella sede identificata come origine del dolore. «In questo modo l’assorbimento sistemico è minimo e si riducono gli effetti collaterali, un vantaggio importante soprattutto nei pazienti anziani».
Diverso l’approccio con l’acido ialuronico. «Non ha un’azione antinfiammatoria diretta. Favorisce la biomeccanica articolare, migliora lo scorrimento e, in alcune formulazioni, ha anche un’azione anti-degenerativa. Non serve a spegnere un dolore acuto, ma a migliorare la funzionalità nel tempo».
Ancora una volta, il trattamento è funzionale a un obiettivo più ampio: creare le condizioni per un recupero stabile.
Il dolore cronico e il peso sulla qualità della vita
Ma il filo rosso dell’intervento non è solo clinico. È anche esistenziale. «Quando è intenso e prolungato, il dolore ha un impatto importante sul benessere psicofisico. Può portare a depressione e isolamento».
La Dott.ssa Di Bari racconta di pazienti con cervicobrachialgia cronica incapaci di muovere il capo da anni. «In alcuni casi consiglio anche un supporto psicoterapeutico. Dolore persistente e umore basso si alimentano a vicenda, creando un circolo vizioso». Per questo l’obiettivo della terapia del dolore è duplice: «Spegnere il sintomo quando è acuto e creare le condizioni per un recupero funzionale duraturo».
Non si tratta solo di ridurre un punteggio su una scala del dolore, ma di restituire movimento, autonomia e possibilità di riprendere le attività quotidiane.
Il percorso: dalla prima visita alla strategia personalizzata
Questo approccio richiede metodo. L’accesso può avvenire su invio del medico curante o di uno specialista, oppure direttamente in libera professione.
«La prima visita è fondamentale. Devo conoscere la storia clinica completa, le patologie, i farmaci, gli interventi subiti, gli esami già eseguiti. Anche ciò che il paziente non collega al dolore può essere rilevante». Solo dopo questa fase di ricostruzione si definisce la strategia terapeutica: farmacologica, infiltrativa o combinata. Nei casi in cui il paziente arrivi già con indicazione specialistica a infiltrazioni, viene comunque effettuata una valutazione preliminare.
Il messaggio finale è semplice e diretto. «Aspettare spesso peggiora la situazione. Il dolore cronico abbassa l’umore, e l’umore basso riduce la spinta a cercare una soluzione. Si entra in un circolo vizioso».
Intervenire significa interrompere quel circuito. E, in definitiva, rimettere il paziente nelle condizioni di vivere senza che il dolore diventi il centro della sua quotidianità. È questo, in sintesi, il filo che attraversa l’intera disciplina: non limitarsi al sintomo, ma ricostruire un percorso coerente, restituendo al paziente controllo, movimento e qualità di vita.
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